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Il Dio dell'Ayurveda: viaggio in Kerala, nel cuore della rinascita


Una settimana alla corte del benefico dio Dhanvantari, da 5.000 anni protettore della salute in Kerala. Indossate cuffia bianca e veste verde, ci siamo mescolati agli ospiti dello storico centro di medicina indiana Somatheeram (vacanziero, davanti c’è il mare): per provare il più antico benessere del mondo sempre più in auge. Prima domanda: tu sei Vatha, Pitha o Kapha?

La prima cosa da fare quando ti svegli, verso le cinque, è metterti a camminare. Passeggi per 40-45 minuti, poi torni e lavi i denti (con un dentifricio ayurvedico: il mio contiene corteccia di more, più un’altra decina di ingredienti dai nomi impossibili), poi fai un bagno nell’acqua di cocco. Dopo il bagno puoi meditare, se ci riesci, altrimenti stai lì senza pensare a niente per mezz’ora. Personalmente sto pensando che, al ritorno a casa, il problema della routine che ti fa vivere benissimo sarà il latte di cocco: la confezione al negozio naturale è un bicchiere scarso, come trovarne in quantità per immergersi come l’imperatrice Poppea ogni mattina?

Ma tornare a casa al momento è l’ultimo dei pensieri, con il fatidico cocco in mano – ne arriva uno prima di ogni trattamento – le cure benefiche durano tre ore al giorno. Si svolgono all’Ayurveda Centre, una casa di mattoni coperta di verde molto fascinosa. L’orario lo decidi tu con il medico dopo il primo cruciale incontro del primo giorno. In quanto a coconut non c’è davvero problema: le palme in Kerala sono a perdita d’occhio, così svettanti e cariche di noci che il governo indiano ha aperto qui il Coconut Research Center per studiare nuovi usi alimentari, cosmetici e di cura della pianta più benefica del Tropico («La vita è un ramo di palma», dice un detto tropicale).

La vestaglietta verde con la cuffia bianca che indossiamo per massaggi e trattamenti distingue gli ospiti dalle terapiste, tutte in bianco o beige, e dalle cameriere, in arancione: trasformati in una versione masala di The Handmaid’s Tale, più donne che uomini, più occidentali che indiani tra gli ospiti, vari volti noti dell’Italia politica e televisiva in incognito, tutti piuttosto allegri, considerato che il resort non serve aperitivi, birra o altro tipo di alcol, ci sentiamo un po’ i «figli dell’amore eterno» degli anni Settanta.

Ma è solo un attimo, l’aspetto mistico che inquieta chi approcci in modo laico se non scettico una settimana ayurveda in India si risolve subito: «Non si preoccupi, non c’è bisogno di pregare né di essere induisti: l’ayurveda non è una religione come molti pensano», dice la dottoressa Hemalata. Con gli occhialini e la treccia da sorella di Gandhi ha un’aria saggia e severa, «è la scienza della vita», dice. Probabilmente la più antica esistente: 5.000 anni fa questa pappa di polvere di riso che le due terapiste in sari bianco stanno infilando nella garza per fabbricare i grossi tamponi con cui tamburellare tutto il corpo, esisteva già, e si arrotolava allo stesso identico modo. Emozionante, come idea.

E se il rigoglioso Kerala è la ayurveda nation, sui tremila ospedali ayurveda dello Stato, i due pluripremiati centri del Somatheeram Group che ci ospitano sono la capitale indiscussa. Dieci volte Best Ayurveda Resort dell’India, si nascondono di fronte a una lunga spiaggia (Somatheeram Ayurveda Village e Manaltheeram Ayurveda Beach Village, è importante non sbagliare perché i nomi su questa costa sono tutti pericolosamente simili) a Chowara, 12,5 km a sud della cittadina costiera di Kovalam. Con le casette tonde e i tetti di legno che spuntano in un giardino che è più una giungla piena di fiori sul mare, il posto è adeguato. L’oceano davanti romba giorno e notte (piacevole, sarà questo a dare uno strano senso un po’ obnubilato di relax? O saranno gli infusi serviti a getto continuo?).

La cura di chi approda su questi lidi è quasi sempre il disintossicante Panchakarma («Cinque procedimenti»): purificare il corpo. Richiede almeno 9 giorni pieni e i tanti repeaters tornano una volta l’anno. Noi con tempi da giornalisti abbiamo in programma una versione più breve: Rejuvenating, cura ringiovanente. Suona benissimo. Ma prima dobbiamo conoscere il nostro dosha («ciò che mantiene e controlla il corpo»), la costituzione-tipologia fisica a cui apparteniamo. Ce ne sono tre. Tutto quello che facciamo qui, mangiamo dalle grandi pentole di coccio del buffet, riceviamo come massaggio, bendaggio, lavaggio della testa, o beviamo come infuso, tisana, succo, dipende da questo: se siamo Vatha, Pitha o Kapha.

La dottoressa, medico ayurvedico da oltre 25 anni, laureata e specializzata in Kerala, un’idea sembra se la faccia già a prima vista e annuisce misteriosa scrivendo su un foglio. C’è un che di sciamanico in tutto ciò, non si capisce perché tocchi tanto i capelli (il calore della capigliatura è tra gli indizi) o faccia domande sulla vita erotica e sul modo di andare in collera. Tutto questo perché il nostro tipo, il principio che ci domina, dipende da come combiniamo nel corpo i cinque elementi (terra, acqua, fuoco, aria ed etere). Dunque i Vatha fisicamente sono «leggeri, sottili e minuti, in movimento», punto debole: ansia. I Pitha «caldi, liquidi, penetranti», soggetti a odio e gelosia. I Kapha «pesanti, lenti, morbidi» («Noi indiani siamo spesso Kapha») e possessivi. Diviso il mondo umano in tre categorie, cosmologia rassicurante, il resto viene da sé.

A cena, il timore del digiuno ascetico si risolve in un buffet che sarà pure vegetariano o volendo vegan, ma è molto attraente e gustoso (attenzione: per chi apprezza il cibo indiano, dimenticate spaghettate e frutti di mare). Con tavole colme di pani aromatizzati, polpettine profumate, verdure mai viste e cucinate in modi inediti alle nostre latitudini. Tra banane al vapore con cardamomo e ginger e pane naan alle erbe, non mancano i dolci. Pericolo carestia scampato, e l’alcol si scopre che comprato da fuori può entrare (ma che senso avrebbe?), la formula non è estrema, e le oltre tre ore di trattamenti al giorno rasentano il nirvana psicofisico, ma lasciano il tempo di esplorare i dintorni.

Non che gli ospiti scalpitino per uscire: «Sono qui con mamma e amiche», mi dice Agathe, emergendo da un gruppetto arrivato da Perpignan per il Panchakarma. «Mi avevano detto che era dura, ma sono qui da otto giorni e mi sento benissimo, mai avuta una pelle così». Non mancano le scuole di yoga e workshop olistici, ma la maggior parte del popolo ayurveda viaggia indipendente, e la tranquillità regna sovrana. I magici trattamenti naturali si svolgono nella penombra, su un lettino di noce che la tradizione vuole scavato in un tronco solo. Se ti è piaciuto da morire lo sirovasthy (olio tiepido versato in una «corona» sulla testa) non puoi rifarlo, decide il medico.

Eppure, tra i mille scrub alle erbe, bagni al latte, oli tiepidi che hai visto fabbricare qui nelle campagne in grandi calderoni, in genere al fuoco di legno di tamarindo come millenni fa, ti ritrovi nella tua villetta (tutt’altro che spartana, ma non immaginate un 5 stelle europeo) a dormire come un neonato, svegliandoti leggero a ore impensabili per camminare sulla spiaggia come il principe Siddharta. Nessun doloretto, nessun jet-lag, niente di niente. Che tu abbia presidiato le classi di yoga e meditazione disponibili a tutte le ore o le abbia ignorate allegramente per andare a sfoggiare il sari crema e rosso che ti hanno regalato, non importa. A tre giorni dall’arrivo alla corte di Dhanvantari, il dio dell’ayurveda a cui si rivolge un saluto in sanscrito (vorrei riportarlo, è molto poetico, ma dura vari minuti), sei certo di non esserti mai sentito fisicamente così bene. Come rifabbricato alla nascita.

E gli altri intorno nelle loro vestine verdi come la tua concordano. Ovviamente sei certo che al ritorno rifarai tutto questo con costanza, spremendo tamarindi alle cinque di mattina e scaldando il miele per il succo di limone. Ovviamente non lo farai, ma vuoi carpire il segreto del Kerala e portartelo via. Tra i più ricchi e virtuosi Stati indiani per istruzione e salute, e tra i pochi al mondo governati da un Partito comunista democraticamente eletto. «Il segreto? Il Kerala non ha praticamente mai visto una guerra. È un posto pacifico dove ti senti bene da millenni: noi abbiamo solo messo tutto questo a misura di voi western, gli esigenti europei», dice Baby Mathew. Il carismatico fondatore e chairman dell’impero Somatheeram (anche produttore cinema e tv) che per hobby salva case antiche dalla rovina, porta dei baffoni e una linea invidiabile. Segue l’ayurveda alla lettera. «Lo vuole rifare a casa? Che ci vuole, le mando un po’ di cocco».

———————————- COME ARRIVARE Oman Air, eletta il 25 aprile Middle East’s Leading Airline sia per la sua Economy sia per la Business Class, con cui abbiamo volato, atterra a Trivandrum (24 km da Somatheeram) via Muscat (omanair.com). I resort: Somatheeram Ayurveda Village e Manaltheeram Ayurveda Beach Village che abbiamo visitato fanno parte dei 6 resort in Kerala del gruppo di healing tourism indiano (somatheeram.in).

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